«Non c'è nulla di sorprendente come la vita. Tranne lo scrivere.» (Ibn Zerhani)

«La lettura rende un uomo completo, la conversazione lo rende agile di spirito e la scrittura lo rende esatto.» (Francis Bacon)

«Si legge quello che piace leggere, ma non si scrive quello che si vorrebbe scrivere, bensì quello che si è capaci di scrivere.» (Jorge Luis Borges)

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giovedì 28 aprile 2016

TI ODIO! Workshop di scrittura



Daimon propone un workshop sul tema dell'odio.


Perchè l'odio? Perchè è un sentimento primario, forte, denso di implicazioni, un buonm punto di partenza per esplorare i conflitti e le tensioni della nostra società. Odio inteso come odio verso l'altro (razzismo, intolleranza per altre culture, per l'altro sesso, credenze politiche, religioni) o verso sé stessi, odio come aggressività latente che emerge all'improvviso per un episodio del quotidiano, o come semplice insofferenza, come idiosincrasia per il carattere di un'altra persona. Insieme al tutor, l'allievo avrà la possibilità di declinare l'odio nell'accezione che preferisce e nello stile preferito, dal drammatico al satirico, dalla commedia alla tragedia.


Si può scegliere tra monologo e racconto.


Il monologo è sicuramente uno degli strumenti piu importanti per uno scrittore. Ci permette di dar vita a un personaggio in modo immediato, diretto, profondo, esplorandone psicologia e possibilita creative. È una piccola storia drammatica con un sua dinamica emozionale interna, un flash che permette di lavorare intensamente sullo sviluppo di un sentimento, sull'evoluzione di un conflitto, su una situazione estrema.


Il racconto è la palestra degli scrittori, la forma che racchiude in sé la sintesi narrativa, lo sviluppo concentrato, l'essenzialità e la precisione stilistica. Opera compiuta in sé, letteraria e narrativa, ma anche punto di partenza per altri sviluppi ed elaborazioni verso altri generi, per esempio, quello cinematografico.
Tutto in poche pagine, personaggi e conflitti, temi e ambientazioni, una sfida narrativa, tutta in verticale.


Il workshop per monologhi sarà tenuto da Laura Forti.
Il workshop per racconti sarà tenuto da Francesco Randazzo.


Quattro lezioni da 1h e 10 ciascuna, al prezzo di 90 euro.

Le lezioni si svolgeranno on line tramite Skype.

Per info e iscrizioni: infodaimon@mail.com






domenica 24 aprile 2016

"La femmina nuda" di Elena Stancanelli - recensione di Laura forti




Un viaggio nel dolore, nella ferita del tradimento, una presa di coscienza di sè e del proprio corpo da cui ripartire per la vita. Laura Forti ha letto "La femmina nuda" per "Il Segnalibro" della Radio Svizzera Italiana.

giovedì 25 febbraio 2016

"Spicchio d'aglio" / primo studio

Cari amici di Daimon, vorrei presentarvi la mia nuova produzione drammaturgica, dedicata alla guerra fascista d’Africa; si tratta di un primo studio, volto a generare una riflessione e un confronto su tematiche a mio avviso importanti..
Da tempo lavoro sulle responsabilità italiane durante il fascismo. Ho scritto e portato in scena spettacoli sulla lotta partigiana e una trilogia dedicata alla persecuzione e discriminazione degli ebrei, con particolare riferimento all’applicazione italiana delle leggi razziali e al campo di concentramento di Fossoli. Adesso mi sembrava giusto dedicarmi alle guerre coloniali e soprattutto alle vittime di questi conflitti che non furono affatto brevi e semplici, come Mussolini aveva affermato. Gas, armi chimiche, fucilazioni, deportazioni e ogni genere di sopruso hanno caratterizzato il corso di questa occupazione aggressiva. 
E’ nostro dovere elaborare questa memoria insieme al pubblico per cercare di capire e analizzare le radici di quell’odio, di quel profondo razzismo che, non affrontato, rischia di invadere anche il nostro presente e di coprire il passato con un silenzio pericoloso, come è successo in tutti questi anni. 
Questo spettacolo è naturalmente un piccolo contributo ma ci credo molto: credo al dibattito, alla discussione, all’informazione.Ve lo presento qui, su Daimon.
Chi è interessato mi può contattare a: mail@lauraforti.it

SPICCHIO D'AGLIO/primo studio
(La guerra fascista d'Africa in quattro tempi)


un progetto di Laura Forti 
con Laura Forti
drammaturgia di Laura Forti 
regia, musiche e video di Teo Paoli



2 ottobre 1935 Mussolini annuncia l'entrata in guerra con l'Etiopia.
L'Italia, già impegnata in passato nella conquista coloniale, adesso sogna il suo impero. Il conflitto dovrà essere breve, rapido, vittorioso; in realtà sarà tutt'altro che indolore e costerà molte spese, moltissime morti e, da parte africana, si risolverà in un vero e proprio genocidio della popolazione locale, deportata, sottoposta a fucilazioni sommarie e privata dei diritti basilari, annientata con i gas e le armi chimiche. Ma l'oltremare non è solo il sogno di conquista dei soldati; anche i civili cadono nel miraggio di accumulare ricchezze in colonia, spinti dall'avidità o costretti all'espatrio per fuggire un destino di fame e miseria.Uno spettacolo per raccontare quel periodo complesso, intrecciando voci e storie: da una parte una famiglia fascista, i Tamietti, nella quale i componenti maschi sperimentano tutti, seppur in modo
diverso, la guerra - intesa come banco di prova della virilità e autoaffermazione di un potere personale vacillante;dall'altra il bracciante Tano, strappato alla sua Maria e alla sua Sicilia, che per un attimo sembra entrare in una storia più grande, quella dell'Impero fascista, per poi venire schiacciato dai meccanismi dello sfruttamento e dei pregiudizi sociali.E poi il fantasma di una donna libica, Spicchio d'aglio, la schiava-bambina che il capofamiglia Alfio ha sedotto durante la sua permanenza in Africa durante le prime guerre dell'Italia liberale, che attraversa epoche e trame e finisce per ricongiungere i destini di tutti in un amaro finale.Per la prima volta nel 1996 l'allora Ministro alla Difesa Domenico Corcione ha ammesso, in un breve comunicato di tre righe, le responsabilità italiane e l'uso di armi chimiche vietate.Uno spettacolo per riflettere insieme su una memoria che per anni è stata rimossa e solo recentemente, grazie soprattutto agli studi di Angelo Del Boca, ha cominciato a essere ricordata e analizzata. Noi, nel nostro piccolo, ci proviamo.
CENTRALE dell’ARTE – via della Vigna Nuova 4 – 50123 FIRENZE mail@lauraforti.it - info@centraledellarte.it







venerdì 19 febbraio 2016

Se il poeta si nasconde su Facebook


Una domanda, così, a bruciapelo? Si legge ancora poesia in Italia? Se proviamo a chiedere a qualcuno, magari anche con una buona cultura, di citare un autore italiano contemporaneo, preferibilmente vivente, ci saprebbe dare una risposta? Probabilmente no. In Italia si vendono e si pubblicano pochi libri di poesia – che perlaltro non ha mai venduto molto. Eppure c'è stato un periodo in cui poeti come Giovanni Raboni, Attilio Bertolucci, Vittorio Sereni hanno ricoperto ruoli importanti e di forza nell'industria culturale italiana. Poi il vuoto, o meglio la poesia si è ripiegata sull'autoreferenzialità dei recitals per addetti ai lavori, un po' tristi e "morettiani", solitari e anacronistici. Peccato perchè quello poetico è un grande laboratorio linguistico e immaginativo, un luogo aperto alla sperimentazione. Il web in alcuni casi si è rivelato un valido alleato: sono nati i blog, i siti personali, le autopubblicazioni su internet. Un fenomeno interessante che riporta la poesia alla portata di tutti ma che rischia di abbassare la qualità della proposta: tutti possono improvvisarsi poeti e il web finisce per diventare una vetrina narcisistica, uno sfogo privato, un coacervo di megalomania. Ci sono però delle eccezioni e a volte si possono incontrare delle vere e proprie gemme, degli artisti scampati al naufragio culturale che ci circonda che resistono, a modo loro, sulle loro isole online. E' il caso di Riccardo Boccacci, poeta con un passato illustre (che lui per modestia tende a minimizzare), che ha collaborato in passato con prestigiose riviste letterarie come “Salvo imprevisti” e “L'area di Broca” di Mariella Bettarini e che adesso, come dice lui, si è “ritirato dalle scene”. Se tutti vogliono apparire su internet, ansiosi di autocelebrarsi, Riccardo al contrario vi si nasconde (“Vivo rincantucciato/Come non fossi nato”) e lo usa semmai come finestra da cui affacciarsi, da cui lanciare stimoli e provocazioni. Stanco dei recitals, degli intellettuali, dell'autoreferenzialità dei circoli letterari, refrattario a etichette e definizioni, dotato di una feroce ironia che rivolge in primo luogo verso sé stesso, Riccardo scrive “poesie non finite” , sbocconcellando sillabe e emozioni e le abbandona, anzi le regala sul suo diario facebook o nei blog altrui; non ha un blog personale perchè lo riterrebbe una chiusura claustrofobica e detesta annoverarsi tra “i poeti laureati onore e consolazione della nazione”, si definisce, da buon figlio di madre ebrea, un “poeta errante”, in questo caso un vagabondo su internet. Gli abbiamo chiesto di presentarsi e lui ci ha scritto una divertente autobiografia corredata da tre sue poesie. E' davvero un peccato non poterne leggere di più. Ma di tornare a pubblicare, Riccardo non ne vuole sapere (se però siete curiosi, potete cercare il suo "Persona" nel cartaceo, edizioni del Gazebo http://www.edizionigazebo.it/catalogo.htm). 
Non resta che seguirlo sul suo facebook o sperare di veder riaffiorare qualcuno dei suoi versi sopravvissuti al naufragio tra le onde del mare poetico di internet. 

 “Riccardo Boccacci nasce a Fi/renzi il 24 11 1952. Già a otto anni scrive poesie ad imitazione degli Spagnoli Machado e Lorca... poi ha un blocco totale della scrittura fino ai 20 anni... in seguito alla estromissione da un concorso di poesia al liceo classico... vinto da una sua amante... evento che lo segnerà per sempre sia a livello scrittoriale che sentimentale. Lettore omnivoro... già a 14 anni si era divorato Joice, Kafka e la Recherche...al liceo classico comincia a leggere le novità editoriali degli Oscar Mondadori...che per prima portò in Italia Hemingway, Faulkner e gli americani, senza disdegnare però la fumettistica erotica di quegli anni... Zora la Vampira... Isabella... e la preferita Lucifera. Nei primi anni 80 fa un Auto da fè...della sua biblioteca di più di 2500 volumi. Entra giovanissimo a fare parte della rivista di Letteratura Salvo Imprevisti...diretta da Mariella Bettarini, rivista che a detta della critica è l'erede ufficiale di Politecnico ed Officina..A Salvo Imprevisti. partecipano come ospiti... fra gli altri... Pasolini Fortini Roversi Scalia. Sempre in quegli anni fa recitals di poesia itineranti in tutta Italia... è a Cuneo invitato da Roberto Musspai... fa recitals in Piazza di Spagna insieme a Milo de Angelis... Valentino Zeichen Magrelli... la Maraini... e la divina Vivian Lamarque tutti diventati poi poeti laureati, onore e consolazione della nazione... è spesso alla libreria Palmaverde a Bologna di Roberto Roversi... e si esibisce nelle case del popolo dell'Emilia e Romagna...sorbendosi dibattiti noiosissimi sulla poesia 'Operaia'... è invitato spesso al Beat 72 a Roma dove ammira le tette di una giovanissima Kunstermann... esce nell 84 dalla redazione della rivista L'aria di Broca...che nel frattempo aveva soppiantato 'Salvo Imprevisti'... Fa perdere le tracce fino alla pubblicazione di un libro di poesia nelle edizioni Gazebo dal titolo 'Persona'... rifiuta dopo la pubblicazione di partecipare a premi letterari... riviste... rispondere alle lettere dei poeti e critici a cui la casa editrice aveva mandato il libro... il suo motto preferito è' Vivo rincantucciato/come non fossi nato'... Improvvisamente sei anni fa... riappare come scrittore nel WEB... numerosi interventi circa 500 sul Blog di Aldo Ricci... e migliaia sulla sua pagina personale di Facebook... dove scrive il romanzo sempre in fieri 'Fregne assassine'... famose le sue rubriche 'E' Tardi si fa sera lezioni di poe(z)ia...' Sporcare le proprie poesie con un Twitt'... 'Ridurre le proprie poesie in un twitt'... dove proprio come lo scultore Giacometti che immaginava le statue grandi e poi gli si rimpicciolivano fra le mani... delle poesie scrive solo gli inizi o i finali... Brevi gemiti...mormorii... risatine... che attraversano... questo al di qua molto sospetto... Convinto che i poeti sono come stupide scimmie scopiazzanti che si assomigliano tutti... li invita ripetutamente a riposarsi chiudere libri e quaderni..lui stesso saccheggia libretti di opera... offre su Facebook grandi pagine di critica... dove stronca quelle che lui definisce le poetesse lesse baroccheggianti burrose in gelatina... epigone... della a dir suo... non poetessa... pluriacclamata sulle pagine Facebookkine... Alda Merini... che affettuosamente chiama Merinos BEHHH BEHHH!! Stronca ripetutamente anche un'altra delle poetesse acclamate nel web... la Valduga... di cui dice 'Ogni verso una buca'... Inventa nelle sue prose uno stile che postumo è convinto avrà enorme successo... lo stile 'Il senile'... da lui definito 'Il bello scrivere'... in contrapposizione al dilagante 'Bariccoso' e al 'Fabiovolatile'... lo stile 'Il senile' a volte si confonde nei momenti di più forti attacchi di bip-bip polare con lo stile 'Alzheimeroso'... L'insuccesso gli da completamente alla testa... quando la ragazza a cui aveva commissionato l'editing dei suoi scritti sparsi in ogni dove... scappa con l'anticipo di 200 euro... Si considera un poeta in cassa integrazione... la critica unanime lo riconosce come il migliore poeta abortito della sua generazione... 

Ci autorizza a pubblicare tre poe(z)ie stranamente intere... 


Il sole si è trasformato
in luna,poi nella stanza lampada.
Covo addii. Adesso è l'ora
che maligna ghermisce,
chi di qua resta bestia.
Veloce la vita un soffio,
l'uomo, materia che sogna.



la dualità va superata
questo l’ho capito
ma mantenersi saldi in questa 
posizione senza timore e apprensioni
questo è più difficile da farsi 
includere la morte
è includere la vita tutta intera
senza esclusioni, senza confronti.
...............................
Le cose non svaniscono
vengono solo meno
come il sole sbiadisce
dalla carne
come la schiuma esala
dalla sabbia.


Anche l'amore non ha
un tuonante epilogo,
muore con un suono


di fiori appassiti
come fa la carne
sotto la pietra pomice sudante.


Tutto concorre ad avere
questa forma,finchè
non rimaniamo soli
nel silenzio


(Riccardo Boccacci)



venerdì 12 febbraio 2016

Laura Forti su RSI: "La Guerra d'Etiopia" di Nicola Labanca


Il 2015 l'Italia ha mancato un anniversario importante: quello che ricorda l'inizio della guerra in Etiopia, il 3 ottobre 1935. Ovviamente l'anniversario avrebbe ricordato l'altra faccia del colonialismo italiano: non gli italiani brava gente, non lo spirito missionario e paternalistico che portò soldati e civili a conquistare i paesi africani, ma l'incredibile violenza, la guerra sanguinaria che non risparmiò nessuno, donne, uomini e bambini, spesso uccisi con gas e armi chimiche, fucilati sul posto o rinchiusi nei campi di concentramento, quello che anche gli storici più cauti non possono che definire un autentico genocidio. L'Italia fino agli anni 80 non ha voluto sapere; è grazie a libri come questo, "La guerra di Etiopia" scritto da Nicola Labanca, che si può tenere viva la memoria, rompere il silenzio e continuare a interrogarsi sui fatti, cercando di creare una coscienza italiana sul suo passato coloniale.

© Laura Forti


Un importante saggio di Nicola Labanca per ricordare uno dei capitoli oscuri della storia italiana e ricostruire, alla luce della storia, una memoria dolorosa ancora rimossa. Laura Forti ci presenta "La guerra d'Etiopia".

Ascolta la recensione del libro su Radio Rsi, cliccando qui.



domenica 7 febbraio 2016

Un fervore un po' freddo



È forse uno dei casi editoriali del momento o perlomeno se ne parla molto. Ecco quindi che, spinta dalla curiosità, mi accingo a leggere il nuovo romanzo di Emanuele Tonon, “Fervore”, edito da Mondadori. L'argomento, un anno di noviziato nel convento francescano di Renacavata, nel Centro Italia e il coinvolgimento diretto dell'autore che parla di un'esperienza autobiografica sono tutti dati a favore: questo libro, viste le premesse, mi intriga. Parto quindi a leggere con entusiasmo e senza pregiudizi. Certo che quando fin dalle prime pagine mi imbatto in espressioni come “dossologia del vento” ("ogni alba il nostro fiato diventava una dossologia del vento") o in frasi tipo: "Eravamo la glossolalia finale", resto un attimo perplessa. Il linguaggio è ambizioso, poetico e richiede la presenza dello Zanichelli (e qui potrei fare un primo appunto: autori, per chi scrivete? Pensate che il vostro lettore medio abbia fatto l'Accademia della Crusca e che usi quotidianamente termini come “dossologia” e “eoni” o al contrario lo reputate così inferiore e sprovveduto da sentire il bisogno di marcare l'abisso culturale che vi divide? Non è chiaro). Tonon descrive un personaggio corale e infatti usa sempre la prima persona plurale: noi. Racconta, con un linguaggio volutamente anti-naturalistico, il gruppo dei novizi, un insieme in cui non esistono più volti, corpi, storie ma dove le individidualità sono sostituite e riassunte da un unico fervore. È un percorso fatto di azioni che si ripetono, di luoghi che racchiudono segreti, una narrazione visiva, olfattiva, acustica che passa attraverso le sensazioni. Anche noi sentiamo il freddo delle stanze destinate alla preghiera, l'alito cattivo dei monaci, la ruvidezza del saio, l'odore della terra che i novizi lavorano nella speranza di seminare qualcosa che crescerà, ascoltiamo le voci stridule che cantano cercando l'accordo, percepiamo la voglia dei corpi di unirsi in un contatto carnale o forse solo umano e la colpa che spinge a percepirsi invece anima angelica, senza bisogni e desideri. Si capisce tra le righe che per la maggior parte degli aspiranti sacerdoti la vocazione religiosa, piuttosto che una chiamata spirituale, sia l'unica soluzione possibile, una fuga dalla miseria o dalla disperazione personale, il tentativo di sublimare il dolore di un'esistenza allo sbando in qualcosa di nobile e alto, forse per non sentirlo davvero. Il libro è diviso in capitoli che però non scandiscono un percorso, casomai focalizzano alcuni momenti di quell'anno di noviziato. Forse il più bello è “Il dolore del canarino”, dove finalmente l'autore ci dà qualche notizia su di sé, sulle motivazioni che l'hanno spinto alla scelta del convento. Tra le righe si intravede per la prima volta il diciottenne costretto a dieci ore al giorno di lavoro in fabbrica, il ragazzo che sta stretto in una vita ingiusta, che non può permettersi la tuta da sci nella settimana bianca scolastica e fa la pipì a letto a dieci anni perchè sente l'umiliazione della carità, l'adolescente ribelle che lascia la famiglia e cerca in Dio l'amore mai ricevuto. Ed è questo il vero problema del libro. È come se ci fossero due autori: quello che vorrebbe svelarci il volto del protagonista, che ci parla della sua vulnerabilità da canarino, della differenza sociale, della solitudine, dell'emarginazione che lo spinge a sentirsi parte di un progetto esistenziale condiviso e quello che cerca invece il tono aulico, l'ampollosità dei termini, e porta avanti la narrazione epica di quel noi dall'inizio alla fine, come un mantra anestetizzante. Alla fine però, purtroppo, il secondo narratore nasconde il primo e il romanzo ripete e ripete lo stesso concetto, gli stessi temi senza stupirci con un contrasto, con un percorso personale, con una presa di coscienza, diventando alla lunga noioso e restando generico.

©Laura Forti

Fervore
di Emanuele Tonon
Mondadori editore
ISBN: 880465046X






martedì 2 febbraio 2016

James Joyce


"Thirtyish academic wishes to meet woman who's interested in Mozart, James Joyce and sodomy." (Woody Allen). 

 Oggi ricorre la nascita di James Joyce. Ammettiamolo: forse pochi hanno letto l'Ulisse per intero; ma sicuramente Joyce è stato uno degli autori più citati e conosciuti al mondo, autorevole in letteratura come Shakespeare lo è stato per il teatro. Il suo Ulisse è una Bibbia per i romanzieri di tutti i tempi, i suoi Dubliners sono una miniera di ispirazione, di personaggi e di atmosfere. E' stato un innovatore, alla stregua di Picasso; la sua tecnica del flusso di coscienza ha scardinato il modo di scrivere della sua epoca e rivoluzionato la concezione del romanzo ispirando moltissimi autori, scrittori, cineasti come dimostra questa battuta di Woody Allen in Annie Hall e perfino star del pop come Kate Bush che ha trasposto in musica il famoso monologo di Molly Bloom, Van Morrison che lo cita in ben due canzoni e perfino i Beatles. Lo ricordiamo con questo stralcio da uno dei suoi racconti più noti, “The Dead”, tratto dai “Dubliners” (1914). 

 "Gabriel, appoggiato sul gomito, la guardò per alcuni istanti, senza rancore, i capelli scomposti e la bocca semiaperta, ascoltandone il profondo respiro. Dunque c'era un romanzo nella sua vita: un uomo era morto per lei. Sentiva un'acuta sensazione di pena ora, pensando alla misera parte che lui, il marito, aveva avuto nella sua vita. La osservava, mentre dormiva, come se non avessero mai vissuto insieme da uomo e donna. I suoi occhi curiosi indugiarono a lungo sul suo viso e sui suoi capelli e, mentre pensava a quella che doveva essere stata allora, al tempo della sua bellezza di fanciulla, una strana, benevola pietà per lei gli penetrò nell'anima. Non voleva ammettere neppure con se stesso che il suo viso non era più bello, ma sapeva che non era il viso per il quale Michael Furey aveva sfidato la morte. Forse non gli aveva raccontato tutto (...) L'aria della stanza gli faceva sentire freddo alle spalle. Si lasciò scivolare pian piano sotto il lenzuolo e si coricò vicino alla moglie. A uno a uno sarebbero diventati tutti delle ombre. Meglio passare a miglior vita baldanzosamente, nel pieno splendore di qualche passione, piuttosto che appassire e spegnersi lentamente di vecchiaia. Pensava a come colei che gli giaceva accanto avesse per tanti anni custodito gelosamente nel cuore l'immagine degli occhi del suo innamorato, quando le aveva detto che non desiderava vivere. Lacrime generose riempirono gli occhi di Gabriel. Lui non lo aveva mai provato per nessuna donna, ma sapeva che un sentimento simile doveva essere amore. Le lacrime gli salirono più abbondanti agli occhi, e, nella semioscurità, immaginò di vedere la sagoma di un giovinetto in piedi sotto un albero gocciolante. Altre figure gli erano vicino. La sua anima si era avvicinata a quella regione dove abita l'immensa schiera dei morti. Era consapevole della loro esistenza aerea e incorporea, ma non poteva afferrarla. La sua stessa identità svaniva in un grigio mondo impalpabile: lo stesso solido mondo, in cui questi morti avevano operato e vissuto, si dissolveva e svaniva. Un leggero picchiare sui vetri lo fece girare verso la finestra. Aveva ricominciato a nevicare. Osservò assonnato i fiocchi, argentei e scuri, cadere obliquamente contro il lampione. Era tempo per lui di mettersi in viaggio verso occidente. Sì, i giornali avevano ragione: nevicava in tutta l'Irlanda. La neve cadeva su ogni punto dell'oscura pianura centrale, sulle colline senza alberi, cadeva lenta sulla palude di Allen e, più a ovest, sulle onde scure e tumultuose dello Shannon. Cadeva anche sopra ogni punto del solitario cimitero sulla collina dove era sepolto Michael Furey. Si ammucchiava fitta sulle croci contorte e sulle lapidi, sulle punte del cancelletto, sui roveti spogli. La sua anima si dissolse lentamente nel sonno, mentre ascoltava la neve cadere lieve su tutto l'universo, come la discesa della loro ultima fine, su tutti i vivi e su tutti i morti".

©Laura Forti

domenica 31 gennaio 2016

Daimon ha letto per voi "Il ritratto della salute" di Chiara Stoppa


Chiara Stoppa, attrice, ha scritto un monologo sulla sua malattia e continua a portarlo in teatro. Da quel monologo è nato un libro, “Il ritratto della salute” edito da Mondadori. Daimon l'ha letto per voi, ecco la recensione. Preparatevi. Questo intenso monologo di Chiara Stoppa, nato per il teatro e diventato un libro, è devastante. Racconta l'esperienza autobiografica di Chiara che a ventisei anni, mentre fa l'attrice ed è in tournèe, si scopre stanca. E dai, sforzati, le dicono i compagni, che all'inizio non capiscono, non sospettano e pensano solo a un po' di pigrizia. Ma la stanchezza continua e comincia a diventare invalidante fino al crollo e alla diagnosi di avere un cancro. Però Chiara è una guerriera e non molla. Si sottopone ale cure con coraggio, senza perdere la sua ironia, circondata da amici che la accudiscono e riescono a farla sorridere anche se si tratta di scherzare sui capelli che cadono a ciocche e sulla nuova rasatura che la fa assomigliare allo zio Fester degli Addams. C'è una madre che resta vicina, sempre. C'è una famiglia che fa il tifo. D'altra parte c'è un sistema, quello dell'ospedale, della burocrazia, dei protocolli sanitari, degli infermieri a volte umani a volte brutali, senza mai un sorriso, dei medici che considerano i pazienti degli oggetti, delle cavie asettiche su cui fare degli esperimenti. E inizia la paura, quella vera, quella che tiene nelle sue morse il cuore prima di ogni controllo, prima di ogni risposta degli esami. Purtroppo Chiara appartiene a una piccola percentuale, quello di coloro che non reagiscono alle cure. Serve un trapianto e l'unica donatrice è la sorella anche se la compatibilità è solo del 50%. Ma proprio quando tutto sarebbe pronto per l'operazione Chiara rifiuta. Dice no, io scendo, smetto. Buum. Perchè lo fa, si chiede il lettore? Perchè è stanca, perchè non vuole che la sorella si senta in colpa se lei muore, se il trapianto non funzionerà? Perchè è fatalista, coraggiosa? Un'incoscienza dicono i medici. Forse. Chiara adesso è viva, è una bella ragazza piena di talento, che continua a portare a teatro la sua storia. Il suo libro non deve servire da esempio, come strada da seguire la sua storia è un caso, è andata così; casomai la sua testimonianza fa fare una riflessione imporatnte; spesso tendiamo a identificare la persona con la malattia. Il malato perde la sua umanità, la sua identità diventa tutt'uno con il suo cancro. Chiara ha voluto dire che intorno a quel tumore, dietro, invece c'era una persona, c'era lei. E lei non voleva più essere agita, parlata, voleva riprendere in mano la sua vita, uscire dalla campana del dolore e dei trattamenti, voleva tornare a comunicare con il suo corpo che le era diventato estraneo, cattivo. “Ero in uno stagno da troppo tempo. Avevo solo voglia di tirarci una pietra e muovere l’acqua. Basta aspettare. Vivere invece. Per quanto? Non lo so, ma vivere. Fino ad allora non avevo vissuto, avevo aspettato la guarigione”. Da leggere.

©Laura Forti








Chiara Stoppa
Il ritratto della salute
Mondadori
ISBN 9788804646822


lunedì 25 gennaio 2016

Quel treno per Auschwitz




Quando la minore delle sorelle Bucci, Andra, è entrata per la prima volta nel padiglione israeliano a Auschwitz – un padiglione molto bello, emozionante, dotato di grandi immagini video proiettate sui muri bianchi, coperti da decine di copie di disegni fatti dai bambini del campo – per un attimo il cuore le si è fermato. Davanti a uno di questi disegni dai tratti incerti, infantili, raffigurante il treno della deportazione, qualcosa dentro di lei si è sbloccato, è rinato come in un'epifania dolorosa. Andra non riusciva a ricordare niente di quel viaggio verso Auschwitz, fatto ad appena quattro anni, insieme alla madre e alla sorella Tatiana, e adesso, grazie all'immagine disegnata da un altro bambino, quel treno aveva ripreso vita, i ricordi erano tornati all'improvviso, dopo settant'anni. Era di nuovo là, su quel vagone piombato con le due piccole finestre in alto, il secchio per i bisogni corporali di centinaia di persone stipate, un po' di pagliericcio per terra per un viaggio di una settimana. Anche se non possiamo certo paragonarci a Andria e alla sua storia, anche per noi andare ad Auschwitz è stato un po' come ritrovare quel disegno fatto da un altro bambino. Enrico, mio marito, in quel lager ha perso il nonno e il bisnonno e ha dovuto spezzare il silenzio di suo padre e della nonna paterna per sapere, per conoscere qualche frammento di memoria familiare; io ho vissuto invece la Shoah attraverso una madre cacciata da scuola a undici anni che si è ritrovata a nascondersi, a fare il partigiano nella macchia grossetana armata di pistola in quanto ebrea e ha provato lo shock di essere sopravvissuta a cugini e amici finiti nel fumo. La nostra infanzia è stata minacciata da questo uccello nero rapace, da questa belva cattiva, dall' ombra pericolosa del paese del Laggiù, come lo chiama David Grossman in “Vedi alla voce amore”. Siamo stati anche noi dei piccoli Momik, confusi e impotenti. Abbiamo letto tutti i libri possibili, abbiamo visto film, abbiamo voluto sapere tutto fin nei minimi dettagli, bere fino all'ultima goccia di informazione e racconto. Abbiamo fatto spettacoli e scritto testi sulla Shoah. Ma adesso, essere qui, ad Auschwitz, è diverso. E' ritrovare il posto tanto temuto nella nostra infanzia, la tana dell'orco, riconoscerlo come lo scenario dei propri incubi e nello stesso tempo attribuirgli una nuova terribile concretezza che lo radica nella realtà, spostandolo dal piano della fantasia solitaria a quello degli altri: loro, le vittime. Questo non è più l'Auschwitz di singoli bambini spaventati da una creatura delle tenebre, terribile e perversa, è l'Auschwitz della realtà. Il viaggio ha significato entrare a poco a poco in un disegno incerto che si riempiva sempre più di particolari, frecce, connessioni, è stato un lento sprofondare in un fango freddo e viscido, una discesa in un abisso sordo da cui ora è difficile riemergere. No, non è la stessa cosa pensarlo da casa, è diverso esserci. E' importante esserci, far schiudere l'uovo del male e assistere alla nascita del mostro. Ci sono cose che prima non sapevo e adesso so. So che quando Tatiana Bucci parlava della baracca dei bambini io potevo vederla davanti agli occhi perchè ci ero appena stata. Sapevo com'era fatta quella maledetta baracca, vedevo le travi mangiate dall'umidità, i ripiani che fungevano da letti, la finta stufa mai accesa, i piccoli lavandini senza acqua con l'appoggio per un pezzo di sapone mai ricevuto. Sapevo che i bambini ci stavano ammassati come animaletti braccati, che di giorno giocavano davanti allo spiazzo spelacchiato – perchè l'erba se la mangiavano – incustoditi, esposti al freddo che a Cracovia arriva anche a meno quaranta gradi in inverno. Che la mansione più ambita era spingere il carro dei cadaveri, un lavoro faticoso e durissimo ma che almeno dava la possibilità di attraversare il campo e di rivedere la mamma, sogno e speranza di tutti (un sogno che i nazisti conoscevano bene, quando Mengele ebbe bisogno di venti bambini per i suoi esperimenti sulla tbc, chiese al gruppo quanti volessero rivedere la loro mamma; quei venti, tra cui il cuginetto delle Bucci, Sergio, finirono impiccati a Bullenhuser Damm dopo atroci torture). Grazie alla nostra guida italiana, Michele, adesso so che la vita media a Birkenau dall'arrivo era di quaranta minuti per l'80% dei prigionieri. Che le donne ritenute inabili a lavorare venivano mandate in una baracca (vista, anche quella) a aspettare di essere gassate e vi potevano rimanere anche per giorni senza ricevere cibo perchè tanto erano destinate alla morte (perchè sprecare risorse?) sole, disperate, dimenticate. Posso sentire il silenzio sinistro dello Zigeunerlager, la zona dove c'erano le baracche degli zingari, un campo rumoroso, addirittura vitale, dove i detenuti potevano suonare i loro strumenti, pieno di bambini che nonostante tutto giocavano e facevano chiasso: in una sola notte di agosto i nazisti lo “evacuarono”, gassarono 2897 prigionieri. La metà erano quei bambini. La mattina dopo nel campo non si sentiva più un fiato, solo le porte delle baracche che sbattevano nella desolazione. Posso ritrovarmi davanti alla discesa per le camere a gas, ormai smantellate ma non meno inquietanti, i crematori ridotti a cumuli di mattoni rossi, immaginarmi migliaia di persone stipate in quel lungo corridoio costrette a denudarsi davanti a estranei con la subdola promessa che avrebbero ritrovato i loro indumenti dopo la doccia (“per non perdere le scarpe, prego annodarle tra loro”) e poi stipate nella camera a gas dove granelli di Zyklon B le avrebbero uccise per soffocamento interno – a volte ci volevano anche quindici minuti, una morte dolorosissima, per nulla un andarsene nel sonno come si può pensare da casa). Posso vedere le madri morire schiacciate dal groviglio dei corpi tenendo in alto sulle loro teste i propri figli nella speranza assurda di un po' di ossigeno. Posso vedere cos'era il Canada (la zona della ricchezza, grande umorismo nazista) dove venivano depositati i beni strappati ai gassati che erano partiti portandosi dietro con ingenuità piatti, utensili e padelle, oggetti utili per il trasloco pensando davvero che avrebbero trovato un campo di lavoro, i laghetti dove venivano buttate le ceneri, molto utili tra l'altro anche a nutrire i pesci, a fermentare i campi o buttate sulle neve per non far scivolare i camion. Posso vedere i detenuti fatti spogliare nella foresta di betulle (Birkenau vuol dire bosco delle betulle) e fatti correre direttamente nudi alle camere a gas nonostante il gelo oppure fucilati e bruciati su cataste, posso vedere dove venivano tosati con forbici da animali davanti al ghigno dei soldati, tatuati con un numero che sarebbe diventato il loro nome e esposti a docce o freddissime o caldissime per puro divertimento. Ad Auschwitz 1, quello con la storica scritta Arbeit macht frei che nel 2009 qualche sciacallo in cerca di cimeli aveva rubato (adesso è esposta una copia) si entra ed esce dai blocchi, le baracche, dove Benigni ha girato La vita è bella e in ogni angolo ancora io posso vedere. La baracca 21, l'infermeria dove i detenuti venivano uccisi con iniezioni di fenolo nel cuore e le donne sottoposte a esperimenti sulla sterilità da noti ginecologi. Ecco l'angolo della forca dove la nostra guida di oggi, stavolta polacca, tende a sottolineare che furono impiccati molti connazionali (è molto importante per i polacchi sottolineare la loro parte in causa come vittime, fino all'eccesso comico involontario a volte: vuoi vedere che erano loro i migliori amici degli ebrei? Eppure a Cracovia adesso di ebrei ce ne sono solo centocinquanta, se non si vogliono contare le caricature antisemite in legno che si trovano abbondantemente nel mercatino di attrazioni turistiche) e dove il più giovane un ragazzino di sedici anni riuscì a scalciare lo sgabello da sotto i piedi da solo, ribellandosi almeno con questo gesto ai suoi carnefici. Posso vedere il muro delle fucilazioni dove i prigionieri venivano appesi a un gancio finchè gli arti non cedevano e poi naturalmente fucilati in massa davanti a pareti antiproiettile che dovevano anche attutire il rumore dei colpi per non spaventare gli altri e far degenerare il panico. E poi naturalmente posso vedere l'orrore puro: le due tonnellate di capelli (e sono solo una parte) usate per fare calzini per le truppe, i chili di pelle umana usata per realizzare cartoline di auguri, le protesi, gli occhiali, le scarpe scompagnate, migliaia di scarpe, le valigie con i nomi scritti sopra. Ecco, adesso posso vedere tutto quello che mi ha terrorizzato fin da piccola. Non è più una mia fantasia solitaria. Lo vediamo tutti. Io insieme ai quasi seicento studenti della Regione Toscana che sono venuti con noi e che hanno dato a questo viaggio un ulteriore senso e anche una speranza. L'orrore sta lì davanti a noi, dentro di noi, quel noi collettivo su cui deve basarsi la memoria. Ma perchè la memoria non resti, come scrive l'autore teatrale che prediligo, George Tabori, un grande mare ghiacciato, una lastra spessa tra noi e la verità è necessario a volte affondarvi un colpo d'ascia che rompa la superficie indurita, che faccia rifluire la vita, anche se il calore può essere dolorosissimo, come probabilmente è stato per Andra Bucci tornare su quel treno su cui fu costretta a montare da bambina. E' necessaria l'epifania dolorosa. E' necessario che ce la prendiamo su di noi, la memoria, che la facciamo diventare parte dei nostri corpi, fisica, concreta, che offriamo i nostri occhi, che diventiamo noi i prossimi testimoni, visto che quelli storici ci stanno abbandonando. Per essere i nuovi testimoni è necessaria preparazione storica e tanta immaginazione – come disse una sopravvissuta a Freddie Rokem studioso israeliano del teatro della Shoah che le chiedeva come avrebbe potuto parlare dei campi, lui, senza esserci stato : “Usi tanta immaginazione, caro” gli rispose lei, soave. Immaginazione per entrare in quei disegni, coraggio per affrontare il fango viscido e schifoso e forza per tornare indietro. Anche se duro, anche se difficile, io consiglio questo viaggio a Auschwitz. Consiglio di diventare quegli occhi, di prendere questo treno.

©Laura Forti