«Non c'è nulla di sorprendente come la vita. Tranne lo scrivere.» (Ibn Zerhani)

«La lettura rende un uomo completo, la conversazione lo rende agile di spirito e la scrittura lo rende esatto.» (Francis Bacon)

«Si legge quello che piace leggere, ma non si scrive quello che si vorrebbe scrivere, bensì quello che si è capaci di scrivere.» (Jorge Luis Borges)

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martedì 27 settembre 2016

Intervista a Laura Pacelli - Graphofeel Edizioni

Ecco la prima intervista di Daimon a un editore. 
Cominciamo con una piccola ma raffinata e attivissima casa editrice romana, parlandone con la sua fondatrice e direttore editoriale, Laura Pacelli.




Graphofeel Edizioni è una casa editrice indipendente, non EAP, fondata nel 2009 con sede a Roma.
Vanta un catalogo di circa quarantasei titoli di narrativa e saggistica italiana.
La Casa editrice punta a una valorizzazione del patrimonio storico e culturale italiano, sia attraverso la riproposta di best sellers italiani della prima metà del secolo scorso sia attraverso la pubblicazione di romanzi storici ambientati in momenti topici della storia italiana: Le chajim, di Roberto Fiorentini, dipana il racconto nel ghetto di Roma alla fine del Settecento, Nigravulpe di Leonilde Bartarelli tesse una rocambolesca vicenda che si svolge nelle campagne senesi lungo la via Francigena attorno all’anno Mille; Stella Stollo sviluppa l’avvincente thriller de I delitti della Primavera nella Firenze del Rinascimento; e infine Il Baronedell’Alba di Stefano Valente racconta le incredibili peripezie di Francesco Santamaria di Caloria in Sicilia, in piena epoca illuminista.
Tra le pubblicazioni del 2016 si segnalano, inoltre, la guida bilingue di Roma per disabili Vadoa Roma – Going to Rome e la biografia romanzata dell’imprenditrice italiana Luisa Spagnoli La signora dei Baci, di Maria Letizia Putti e Roberta Ricca, che ha avuto un’ottima accoglienza presso il pubblico dei lettori.
Graphofeel Edizioni svolge un’operazione di scouting proponendo scrittori esordienti attenti alle tematiche della società digitale, come Giulia La Face (autrice di SocialMum) e Luca Colombo (del quale è appena uscito Caccia al morto).
La Graphofeel Edizioni cura in modo particolare la grafica dei propri volumi ora affidata a un giovane artista italiano contemporaneo, Carlo Vignapiano.



D - Come e perché nasce la tua casa editrice?

L.P. - La Graphofeel edizioni nasce nel 2009 da un’idea di Stefania De Matola, una collega grafologa, che mi propose di tentare di creare una piccola casa editrice indipendente che si occupasse di grafologia e non fosse a pagamento. Con il passare del tempo la Graphofeel ha cambiato soci (attualmente il mio socio è Antonio Perri) e interessi: ora pubblichiamo soprattutto romanzi storici e, più in generale, narrativa italiana. Siamo inoltre molto attenti ai temi dell’esclusione sociale e della marginalità.

D - Il panorama editoriale italiano è molto frammentato e difficile, qual è la tua/vostra esperienza, quali sono le difficoltà che avete incontrato e le soluzioni che avete trovato?

L.P. - La nostre esperienza è credo simile a quella di tanti altri piccoli editori. Il mercato lo “fanno” le grandi case editrici, è praticamente impossibile inserirvisi in maniera significativa, anche per la collusione dei media che è veramente scandalosa. Io, tuttavia, credo ancora fortemente che si debba partecipare anche quando non si ha nessuna possibilità di vincere, ribellandosi al principio di necessità in favore della libertà di scegliere anche ciò che non ci conviene. Per quanto riguarda le nostre strategie, distribuiamo tramite distributori regionali e direttamente in alcune librerie di fiducia. Tutti i nostri titoli sono disponibili anche in e-book e dal prossimo mese cominceremo a immettere sul mercato italiano i nostri romanzi storici tradotti in lingua inglese. Il primo è I delitti della Primavera, che uscirà con il titolo: The Botticelli killings Murders and mysteries in Renaissance Florence.

D - In Italia tutti scrivono, pochissimi leggono. Gli editori pubblicano, ma leggono? Insomma, cosa ti piace leggere?

L.P. - Leggo di tutto, anche se finisco per leggere soprattutto i manoscritti che ci vengono inviati per una valutazione. Da giovane leggevo narrativa, e in maniera onnivora. Da ragazzina mi annoiavo spesso, ero fisicamente pigra e introversa: chiedevo in continuazione a mia madre libri da leggere, che divoravo compulsivamente. Un giorno la mia mamma, stufa di comperarmi libri per ragazzi, all’età di nove anni mi diede da leggere I Buddenbrook. Ne rimasi folgorata e di lì nacque la mia imperitura passione per Thomas Mann. Oggi leggo soprattutto saggistica su tematiche relative alle neuroscienze, che mi intrigano e sembrano offrire quelle risposte (e porre quelle domande) un tempo appannaggio della filosofia.

D - Tra i libri che avete pubblicato consigliane tre, possibilmente per ragioni differenti e per lettori di varie età.

L.P. - Non è facile, perché un editore appassionato i libri che pubblica tende ad amarli tutti… In ogni caso ci sono testi ai quali sono più affezionata, per il modo in cui mi ci sono imbattuta o per le sensazioni che ha destato in me la prima lettura o ancora per le reazioni che il nostro pubblico di lettori ha mostrato di avere leggendolo. Citerei Il vicolo delle lettere ribelli di Pasquale De Cario come romanzo per ragazzi tra i 10-14 anni: racconta la storia di un ragazzino dislessico nella Napoli degli anni ’70 con uno stile impeccabile e grande partecipazione emotiva. Alle signore (e a i signori) che amano leggere biografie e credono nella possibilità di operare nella realtà con successo, consiglierei un libro che ha avuto un ottimo successo commerciale La signora dei Baci di Maria Letizia Putti e Roberta Ricca, che racconta in chiave romanzesca la vita appassionante di Luisa Spagnoli, la donna che ha fatto la fortuna della Perugina. Infine, a chi vuole leggere un libro veramente avvincente ed ama la raffinatezza della scrittura, apprezzandone le sfumature linguistiche, segnalo Il Barone dell’Alba di Stefano Valente, un romanzo storico rocambolesco e sentimentale, cupo e poetico assieme.

D - Libro cartaceo o ebook?

L.P. - Io per questioni anagrafiche amo il cartaceo, ma sono fermamente convita che il futuro dei libri sia nell’e-book.

D - Nel vostro catalogo ci sono molti libri di esordienti, qual è la vostra strategia di scouting e come può un autore proporre un proprio testo, ma anche e soprattutto: cosa non deve fare per non essere automaticamente scartato?

L.P. - Per prima cosa uno scrittore che si rivolge a Graphofeel deve dimostrare di conoscere il nostro catalogo; poi rivolgersi a noi in maniera diretta, senza inviare complesse lettere di presentazione. Le semplicità è sempre un ottimo biglietto da visita.


(intervista di Francesco Randazzo)





Laura Pacelli è nata a Roma nel 1961. Laureata in Filosofia e Psicologia Clinica, Master biennale della Rai per autori televisivi, grafologa, per venticinque anni ha lavorato come regista e autore televisivo per Rai, Sat 2000 e Endemol. Ha realizzato diversi reportage in Etiopia, Kenia, Mozambico e Cina, è stata tra i registi di programmi di punta come Il Grande Fratello (1 e 2 edizione), Chi l’ha visto, Techetè. Insegna Story telling nei Master Asvi, e dal 2009 è il direttore editoriale di Graphofeel edizioni.


giovedì 9 giugno 2016

Quinta dimensione, scrittura e fruizione nella realtà parallela



I due più bei twitt che io conosca sono stati scritti decenni prima l'avvento di Internet e di Twitter"Mi illumino di immenso." E anche: "Ognuno sta solo sul cuore della terra, trafitto da un raggio di sole. Ed è subito sera." Naturalmente né Ungaretti né Quasimodo avrebbero mai sospettato di far parte dei cinguettanti comunicatori contemporanei. Possiamo immaginare, con un sorriso sulle labbra, il vecchio Ungaretti seduto sulla sua sedia mentre Pasolini lo intervista, interrompere per un attimo il collega, estrarre uno smartphone e cinguettare una delle sue brevissime ma profondissime poesie, condividendole con migliaia di followers e subito dopo riprendere la conversazione. Oppure, immaginare Quasimodo amministratore di un gruppo su Facebook dedicato alla città di Tindari. Il gioco potrebbe continuare. Leopardi, per esempio, sarebbe morto su Second Life, nello scandaloso postribolo "La Ginestra" dove realizzava ben altre fantasie da quelle poetiche: probabilmente ce lo saremmo perso come poeta. Dante, avrebbe vissuto il suo esilio nella Silicon Valley, realizzando il più impattante e avvincente videogame di tutti i tempi: "Hell vs Paradise"! E così via.
Si tratta naturalmente di boutades, ma i paradossi possono essere usati per rendere chiara la determinazione di una realtà attuale che si avvale di una (o più) dimensione nuova. La quinta dimensione del web, che amplifica, si irradia, permea e viene agita come un'estensione del mondo, nel mondo. Il web, come esattamente scrive Antonio Spadaro, non è una tecnologia, ma un ambiente. Assolutamente vero, e da qui bisogna partire per qualsiasi ragionamento, anche critico su di esso. Qualunque ambiente è buono o cattivo, a seconda di chi lo abita e di come vi agisce. Siamo noi a determinarlo.

La critica maggiore (e il rifiuto conseguente) al web è quella che lo vorrebbe opposto e in contraddizione con la realtà. Oppure lo si riduce ad una opposizione tra tecnologia, vista come un mostro freddo e alienante, e l'umanità del mondo reale. Il web fa paura. Ci si dimentica che è l'umanità ad abitarlo.

Bisognerebbe piuttosto interrogarsi e ricercare, non soltanto in modo passivo, come e cosa possiamo produrre, sperimentare, creare, comunicare grazie e attraverso il web.

Cosa può significare l'esperienza del multitasking, la ricettività reticolare, la sinestesia continua che ormai è comune, anche se ci ostiniamo a negarla, ma ne siamo comunque coinvolti? Non è forse una amplificazione delle nostre possibilità, qualcosa che scardina l'orizzontalità monotematica del pensiero strutturato? Certo, spiazzante, ma guardiamo come per i giovani sia invece semplice, persino naturale. Non è che, come spesso si sente dire, anche qui, che i giovani sono distratti e la tecnologia li rende ancor più tali. È forse più vero e giusto dire che tutti i giovani, di tutti i tempi, sono distratti e, come in ogni tempo accade, sono gli adulti che devono aiutarli a concentrarsi e dare contenuti stimolanti a questa richiesta di concentrazione. Ma per farlo oggi, dobbiamo far nostri  linguaggi e strutture che non sono più quelli con i quali, noi, nativi non digitali, siamo cresciuti e ci siamo strutturati. Mentre i giovani ne sono naturali fruitori. Ed è quindi a noi richiesta non una negazione ma uno sforzo e la presa di coscienza di una responsabilità, che non possiamo ignorare, a rischio di lasciare vuoto ciò che può e deve essere riempito di valori ed azioni positive.

Le possibilità educative che il web offre sono immense. Quelle creative, straordinarie. Ed è sciocco, persino malfidato, dire che se ne può fare a meno. Ci sono, continueranno ad esserci, fino a qualche altra rivoluzione tecno-antropologica. Possiamo chiudere gli occhi e restare pietre inerti, tronfi della nostra dura sostanza o impegnarci a dare sostanza e valore al fluire, apparentemente indistinto e caotico del web. Sforzarci quantomeno di farlo. Questo secondo me è un valore etico e morale imprescindibile al giorno d'oggi.

Bisogna apprendere per insegnare. Essere mobili e modificabili per muovere e modificare. 


Il sommo bene è come l'acqua:
l'acqua ben giova alle creature e non contende...
...
Nulla al mondo è più molle e più debole dell'acqua
eppur nell'abradere ciò che è duro e forte
nessuno riesce a superarla,
nell'uso nulla può cambiarla.
La debolezza vince la forza,
la mollezza vince la durezza:
al mondo non v'è nessuno che non lo sappia,
ma nessuno v'è che sia capace di attuarlo.
Per questo il santo dice:
chi prende su di sé le sozzure del regno
è signore dell'altare della terra e dei grani,
chi prende su di sé i mali del regno
è sovrano del mondo.
Un detto esatto che appare contraddittorio
(Tao-te-ching)



Ed è infatti il mare del web fluido e mobile. Le nuvole che ne nascono sono gravide di quel che l'acqua contiene, sta a noi immettere ciò che di buono ce ne tornerà.


Chi scrive (e chi legge), trova nel web una serie di opportunità e offerte d'espressione, creatività e condivisione, che se di per sé non sono risolutive, in quanto devono necessariamente essere riempite di contenuti e presuppongono una continua formazione che le modificazioni d'uso che il web propone continuamente, ma sono oramai imprescindibili.

Per concludere, nel web si scoprono nuovi linguaggi, ne muoiono altri, ma, per esempio vorrei notare che la tanto bistrattata concisione richiesta dal tempo medio di lettura di un utente nel web, ha portato ad un benefico proliferare ed un crescente interesse verso la poesia. Se rimane pur vero che il lettore accorto dovrà separare il grano dal loglio (come sempre d'altronde), al di là di un certo velleitarismo poetico nazionale, nel web si trovano le migliori opportunità di lettura  per chi vuol fruirne o di proposta poetica per gli autori. Di fronte al fatto che la poesia editorialmente non vende, nel web (gratuitamente) è fruita in numeri inimmaginabili nel cartaceo (certo in proporzioni di numeri sempre piccoli in assoluto ma esponenziali nello specifico).

Da questo proliferare si sono venute sviluppando, per esempio, modalità poetiche, quali la video poesia, che pur giungendo dagli anni "70, hanno trovato nel web possibilità ed esiti sempre più interessanti e di qualità.

Abitare lo spazio virtuale, rendersi conto che ci si muove e ci si esprime, si comunica e condivide, attraverso qualcosa che se pur impalpabile, ha una sua corrispondenza e una connessione continua con l'umano, agire di uomini per altri uomini, attraverso una dimensione sterminata di compresenza spaziale, temporale e persino ontologica, inimmaginabile fino a trent'anni fa. Ma che oggi esiste quale normalità con la quale dobbiamo volenti o nolenti confrontarci. Astenersene o rifiutarla sarebbe inutile, ostinatamente sciocco ma soprattutto renderebbe certo che proprio ciò che di negativo giustamente critichiamo prevalga. Dobbiamo esserci. Il resto - come diceva Amleto - è silenzio.

giovedì 28 aprile 2016

TI ODIO! Workshop di scrittura



Daimon propone un workshop sul tema dell'odio.


Perchè l'odio? Perchè è un sentimento primario, forte, denso di implicazioni, un buonm punto di partenza per esplorare i conflitti e le tensioni della nostra società. Odio inteso come odio verso l'altro (razzismo, intolleranza per altre culture, per l'altro sesso, credenze politiche, religioni) o verso sé stessi, odio come aggressività latente che emerge all'improvviso per un episodio del quotidiano, o come semplice insofferenza, come idiosincrasia per il carattere di un'altra persona. Insieme al tutor, l'allievo avrà la possibilità di declinare l'odio nell'accezione che preferisce e nello stile preferito, dal drammatico al satirico, dalla commedia alla tragedia.


Si può scegliere tra monologo e racconto.


Il monologo è sicuramente uno degli strumenti piu importanti per uno scrittore. Ci permette di dar vita a un personaggio in modo immediato, diretto, profondo, esplorandone psicologia e possibilita creative. È una piccola storia drammatica con un sua dinamica emozionale interna, un flash che permette di lavorare intensamente sullo sviluppo di un sentimento, sull'evoluzione di un conflitto, su una situazione estrema.


Il racconto è la palestra degli scrittori, la forma che racchiude in sé la sintesi narrativa, lo sviluppo concentrato, l'essenzialità e la precisione stilistica. Opera compiuta in sé, letteraria e narrativa, ma anche punto di partenza per altri sviluppi ed elaborazioni verso altri generi, per esempio, quello cinematografico.
Tutto in poche pagine, personaggi e conflitti, temi e ambientazioni, una sfida narrativa, tutta in verticale.


Il workshop per monologhi sarà tenuto da Laura Forti.
Il workshop per racconti sarà tenuto da Francesco Randazzo.


Quattro lezioni da 1h e 10 ciascuna, al prezzo di 90 euro.

Le lezioni si svolgeranno on line tramite Skype.

Per info e iscrizioni: infodaimon@mail.com






domenica 13 marzo 2016

I delitti della primavera



Un libro a volte può mentire, il suo titolo può essere frutto di strategie attrattive, ma non del tutto sincere.
Il mercato o il trend del momento a volte costringono a piegare il senso di un libro verso qualche possibile target di lettura e quindi di vendita. Non è sbagliato di per sé, anzi, se favorisce la vendita e la diffusione del libro quando è un buon libro, ben venga. Infine il lettore accorto, pur sgamando la bugiola da copertina, sarà contento d'averlo letto. Come è successo a me leggendo “I delitti della primavera”, sottotitolo “Un serial killer nella Firenze del Rinascimento”, di Stella Stollo, edito dalla giovane ma centratissima casa editrice Graphoofeel. Nell'era dei thrilleroni, americani e italici, il titolo è una studiata trappola. E ci si casca. Fortunatamente, però. Il giallo e l'intrigo ci sono, intendiamoci, ma invece di spedirci dritto dritto alla compulsività d'azione del genere, ogni tanto, spesso anzi, la scrittura, il plot, si fermano e si comincia a navigare “in un vasel, presi da incantamento”, per parafrasare Dante. Ci si sofferma a ragionare sul mondo, sull'arte, sulla poesia, sulla bellezza, sulla cultura, la tolleranza, il pregiudizio, attraverso i ragionamenti di Sandro Botticelli, Filippino Lippi, Leonardo Da Vinci e molti altri begli spiriti dell'epoca in cui si svolge la vicenda. E se pur dapprima, queste “frenate” al plot, spiazzano e sembrano divagare rispetto alla classica mozione d'ordine del lettore di genere, cioè: “Chi è l'assassino?”, andando avanti nella lettura, ci si perde e si viene affascinati da quel mondo, da quei begli spiriti che lo abitano, dai loro ragionamenti e desideri, dalle idee superbe e rischiose, dalle utopie e dai grandiosi piani. Così, infine, ci si scorda quasi del genere con il quale siamo stati adescati e ci si immerge in ben altro e ben di più, vividamente, profondamente. Scoprire alla fine chi è l'assassino non è più così importante, seppure la Stollo è molto abile ad imbastire un finale non finale, che forse lascia presagire altri libri a venire. Quel che più conta sono loro, Botticelli, Lippi, Da Vinci, Vespucci, i loro sentimenti, le loro visioni del mondo, la loro straordinaria vivacità intellettuale, quel loro meraviglioso sfidare il consueto per l'inconsueto, l'apparenza per la trasfigurazione, il già noto per ciò che si deve ancora scoprire. La forza del libro è questa. E se pur con un piccolo inganno, il lettore al termine del libro, è contento d'essersi imbarcato, con i protagonisti della storia, in un viaggio extraordinario, senza fine, né finale, nel grande mare aperto dell'ingegno e della fantasia, della Storia, e dei suoi segreti e misteriosi risvolti.

Francesco Randazzo


I delitti della primavera

Stella Stollo

ISBN: 978-88-97381-21-1

Editore: Graphofeel Edizioni


domenica 14 febbraio 2016

Uno strambo Don Giovanni della lettura



Diciamo la verità, ognuno di noi mente, almeno un po', almeno qualche volta, per non sembrare da meno, per darsi un tono, perché, insomma, tutti lo fanno e perché dovrei essere io il primo a non farlo?
Ci sono libri che fingiamo d'aver letto. Tipo l'Ulysse di Joyce, sul quale è facile mentire, è la cronaca di una giornata inconcludente di Mr Bloom e alla fine c'è un pezzo che chiamano il monologo di Molly Bloom (che in poche pagine ti da il succo di tutto e al massimo leggi l'incipit e sto pezzo qua – perché ci stia anche Stephen Dedalus, lo sanno solo i professori universitari di una certa età). Si mente bene: il flusso di coscienza, lo stile, la ricerca linguistica che inventa e complica e bla bla bla, voilà. Pare che l'hai letto tutto.
Con l'altra montagna di menzogna che è “Alla ricerca del tempo perduto” di Proust, le cose non sono così semplici, ma nemmeno impossibili. Certo, sono sette libri, ma come te che non li hai letti per intero, molti altri, e quei pochi che invece l'hanno fatto, non è che possano ricordarsi tutto, eh. Una chiacchiera sull'atmosfera, sui personaggi che girandolano tra i libri tra salotti e amorazzi franciosi, una stoccatina alle promiscuità dell'autore che magheggia sul sesso dei personaggi, ed è fatta. La stragrande maggioranza ce la fa. La stragrande maggioranza si è addormentata a pagina tre del primo libro, mentre il protagonista ci racconta come da bambino stentasse ad addormentarsi, pagine di sublime xanax.
E poi chiedere le madeleines col the, al bistrot, insieme a qualcuno su cui vuoi fare buona impressione, crea quel tanto di charme che basta e avanza, ma è raro, le occasioni così raffinate sono ormai molto quasi estinte, più facile farsi un tramezzino o un supplì in coppia, al massimo una cenetta "Ar Bucatino", stronca qualunque resistenza al libero rilascio di libido.
Beckett è perfetto invece, facile facile. I suoi romanzi sono peggio dell'Ulisse di Joyce, come se il buon Samuel, che per un po' gli fece da segretario, avesse raccattato pezzetti di scarto senza capo né coda e li avesse poi riattaccati a casaccio, messo un titolo (che di solito è un nome) e pubblicati. Quelli che li hanno letti per intero sono estinti. Beckett non crea problemi, appena lo citano si esclama: “Ah, beh, sì, “Aspettando Godot!”, e ciccia, scappa sempre una risatina collettiva, per passare rapidamente ad altro.
Potrei fare altri esempi, ma non voglio dilungarmi, ci siamo capiti. Siamo tutti complici.

Questo lo sappiamo e lo facciamo tutti.

Io però qui, vorrei dire soprattutto di un'altra cosa. Che a me capita, ma non so se realmente capiti a molti altri o no, forse sì. Mi conforterebbe.
Non riuscire a finire di leggere un libro.
Ma come? È la cosa più facile. Se non ti piace, smetti di leggerlo.
No, non è questo che intendevo.

Io volevo dire che quando un libro mi piace tantissimo, ma proprio così tanto che, per non uscirne fuori, smetto di leggerlo, lo lascio in sospeso. Ogni tanto lo riprendo, vado avanti di poco, rileggo quello che ho già letto.
Posi, prendi, ti ci perdi, e poi per il panico che ti prende mentre ti accorgi che le pagine diminuiscono, lo metti via. Smetti di leggerlo. Lo lasci in evidenza, ma non lo leggi più, per settimane, mesi, anni. Con qualche ritorno, in cui rileggi, ci sprofondi e poi lo molli ancora, perché non vuoi che sia lui a mollare te, come in una di quelle storie d'amore assurde che finiscono perché uno lascia l'altro perché ha paura d'essere lasciato. Nella vita capita. Nella lettura, anche. Almeno a me capita. Però, in genere, agli altri sento dire, a proposito di un libro che stanno leggendo: “Non vedo l'ora di finirlo”, oppure hanno finito di leggerlo d'un fiato e: “Ci sono rimasto male quando l'ho finito. Avrei voluto che non finisse mai.” - che mi pare assurdo.
Perciò sto zitto e penso che io invece faccio in un altro modo; quando lo faccio per me è come un colpo di fulmine, il libro mi prende talmente tanto che non posso finirlo, non voglio che termini mai e perché questo avvenga, devo smettere. Sono le mie folli passioni tenute in vita come uno strambo Don Giovanni della lettura che abbandona tutte le proprie amanti per tener vivo ciò che morirebbe, e lascia che tutto canti e risuoni, ma resti sospeso per sempre, al riparo dalla fine, che sempre appartiene ad ogni cosa, alla vita, all'amore, nella realtà ma che alle vite e agli amori che i libri mi accendono, tento, con disperata passione, di evitare.

Nel tempo, però, naturalmente, non ho resistito con tutti, arriva un momento nel quale, come in una coppia di vecchi amanti, bisogna giungere alla fine e terminare, L'ho fatto, ma devo confessare con una serenità e con un appagamento, dati dalla consuetudine che nel palazzo della mia memoria e dei miei affetti si sviluppa grazie alla sospensione temporale, per cui ogni libro si è concluso senza quel trauma che, se l'avessi finito subito, avrei avuto.

Non sono molti ovviamente, le grandi vere passioni, non possono essere dissipate nella quantità. Ma ci sono e non so di qualcun altro che lo faccia.
Al momento, per dirne solo due, c'è la storia di un ingenere che vive in tempo di pace e quella di un pittore che ha dipinto un quadro davanti al quale immancabilmente piango che non posso veder morire, che non posso finire di leggere, perché in quelle storia ancora voglio restarci, quelle storie che la carta stampata delimita in pagine, ma la mia fantasia e le mie emozioni, no. Cos'altro potrei fare?

Leggere, per cercare qualcosa di talmente bello, da doversi fermare, perché non smetta mai di scuotere la smania di esistere, oltre la vita, le pagine, sé stessi.



©francescorandazzo








domenica 7 febbraio 2016

Grappa di Dostoevskij




Chi non ricorda quelle mensole nei salottini di quarant'anni fa, con quei libri dalla costola marrone e i caratteri dorati, che davano un tono serio e il sentore di letture praticate con solerzia da casalinghe, operai, impiegati, segretarie, studenti? Chi non li ricorda è molto giovane, ma forse li avrà intravisti in qualche vecchio tinello di famiglia. Erano gli anni sessanta e settanta, quei libri erano le raccolte di “Selezione dal Readers Digest”, formula editoriale d'importazione americana (lì dagli anni quaranta). In Italia dal 1959, nel periodo, quindi, in cui la televisione cominciava ad acculturare il pubblico da Nord a Sud, e a rendere l'italiano una lingua finalmente parlata da tutti o quasi, quei libretti diffondevano in modo semplice e accattivante, stralci di letteratura, germi di curiosità, aiutavano ad una alfabetizzazione culturale che, pur nel suo semplicistico porgersi, dava tenerezza e aveva un senso proprio per la popolarità che aveva. Altro merito erano le offerte di abbonamenti a prezzi accessibili, e il giradischi stereo a prezzo stracciato, anche a rate, che ti inviavano a casa insieme a 10 dischi a 33 giri di musica classica. Generazioni di italiani, compreso me, hanno cominciato così, spulciavo le raccolte di mia madre; dopo un po' non mi bastarono e passai decisamente ai libri in edizione originale. Molti sono passati a leggere i libri per intero, ad ascoltare musica (non solo canzonette) come abitudine consolidata. Erano i tempi in cui tutti i padri e le madri ambivano che i figli si diplomassero e persino si laureassero, diventando migliori, emancipandosi con un salto di qualità culturale e professionale che avrebbe dato senso e gioia alle vite di duro lavoro che avevano vissuto i genitori. Si riempivano gli scaffali del soggiorno, con "Selezione", con le enciclopedie per i figli, anche queste comprate a rate, messe in bella mostra a dire “qui si studia”, “qui vogliamo migliorare”. Molti di quei figli infatti hanno studiato, si sono diplomati, si sono laureati, hanno compiuto il salto sociale, sono diventati quel che nella stragrande maggioranza i loro genitori non avevano potuto essere.
Da qui, lentamente, con una auspicabile consequenzialità, ci si sarebbe aspettato che la lettura, insieme allo studio e anche dopo il corso scolastico, crescesse come abitudine, sempre più diffusa e consolidata.
Non è successo.
La televisione da scuola d'intrattenimento ed educazione popolare, è diventata sempre più luogo di commercio e smercio per contenuti sempre più vuoti ma accattivanti, facili, populistici, dilavatori di cervelli e coscienze. I figli laureati hanno avuto altri figli, meno laureati, spinti più che all'educazione, più che alla cultura come mezzo di crescita e arricchimento personale, al far qualcosa che portasse soldi, sempre più soldi. E in un paese nel quale, comunque da sempre “la raccomandazione” è valsa carriere altrimenti impossibili, quei genitori, consapevolmente o meno, attraverso la loro delusione, hanno ammesso a se stessi che forse era meglio che i figli imparassero a sfangarsela con un accurato marketing d'immagine e non per quel che realmente erano, o sarebbero potuti diventare. I reality show hanno dimostrato che non saper far niente può renderti famoso e ricco; internet (che pure è un mezzo straordinario) è diventato l'alibi per non sapere nulla e credere a tutto, senza nessuna verifica critica, perché tanto serve a niente ed è più vero un fake condiviso un milione di volte che una verità con poco appeal e nessuna risonanza mediatica.
Siamo arrivati, dunque, dopo tre generazioni, al paradosso, di quello che viene chiamato “analfabetismo di ritorno”. A parte l'altissimo numero di abbandono degli studi universitari, quelli che ce l'hanno fatta, praticamente non leggono quasi più, non studiano, non si aggiornano, e dopo anni di abbandono, praticamente non sanno quasi più né leggere, né scrivere.
Gli indici nazionali di lettura sono bassissimi. Dai sondaggi le risposte di spiegazione da parte dei non lettori sono grosso modo, principalmente due: - non mi serve/non serve a niente/non mi seve più – e – non ho tempo.
Quindi leggere è passato ad essere, da un investimento del tempo ad una perdita di tempo.
Iniziative di marketing di disperata imbecillità ne abbiamo visti nascere e morire nel volgere di un soffio di vento, dai libri quadrati a forma di cd, a quelli che si leggono in orizzontale, tentativi imbarazzanti, e falliti.
Ma ecco che con una bella capriola all'indietro, dopo qualche anno dal fallimento di “Selezione dal Readers Digest”, spuntano i “Distillati”, belli, super pubblicizzati, rapidissimi. La metà del tempo.
Bene, si potrebbe dire, ricominciamo, riproviamoci, qualcuno verrà acchiappato dalla lettura, dopo un po' vorrà di più.
Non è così, non sarà così, non c'è nessuna spinta “educativa”, soltanto un'idea di marketing per gente stanca e pigra, te la spiccio io, con poche parole. Tanto più che, proprio nella promozione di questa distilleria, si rimarca con forza e con un bel giro di parole, che non si tratta di riduzioni, adattamenti, ma appunto di “distillati”, riscritture che esalano la grappa cartacea, un bicchierino e sei giù ubriaco di letteratura, ci pensano loro a propalarti il meglio, facile, che scende giù e appaga.
Un bel fallimento per una delle nazioni più ricche di cultura e arte del mondo, un solenne fallimento, per un paese che vede i migliori andare via o restare schiacciati da un sistema di non meritocrazia assolutamente radicato. Nel quale, alla fine, leggere non serve, però un pochetto sì, una sveltina libresca mette la coscienza a posto. Distillati per peccatori d'ignavia mentale.
Quello che cinquant'anni fa era una spinta in avanti, oggi è un enorme passo indietro. Una riduzione ai minimi termini di ciò che dovrebbe essere un ampliamento ed uno stimolo al raggiungimento dei massimi termini personali e sociali. Impoverire la lettura, significa, brutalmente, eliminare parole, quindi concetti articolati, idee, coscienza, critica. Cui prodest?

Perché, per attirare lettori, i grandi non pubblicano e pompano come novità straordinarie, nuove, moderne, rapide anche, i libri di racconti, classici ma soprattutto contemporanei migliaia, bellissimi, rapida e abilissima sintesi compiuta di storie, parole e pensieri. E potrebbero essere anche un trampolino a letture più corpose.

Basterebbe la stessa campagna pubblicitaria, applicando la stessa spinta d'appeal e marketing.
Sarebbe un bel salto in avanti, invece no, la scusa è che non si vendono. In realtà non si vendono perché non si vedono come e quanto si potrebbe farli vedere e conoscere.

In Francia, per dirne una, le ferrovie mettono a disposizione dei viaggiatori una biblioteca gratuita di centomila titoli, perché sul treno il tempo di leggere c'è. In Italia siamo ancora al problema enorme dei treni locali gestiti come carri bestiame e solo Le Frecce di mille colori hanno il wifi. E poi, chi legge libri in digitale, pochi, pochissimi, troppo difficile e complicato (sic).

Più efficace vendere un libretto svelto che qualcun altro dice di aver reso perfetto per le tue esigenze di lettore gazzella che ogni giorno si sveglia per fuggire dal leone del proprio pensare.
Più facile vendere grappa di Buddenbrock o un Martini Fitzgerald. Il resto si butta, anzi evapora via per naturale processo editoriale di distillazione.

Risuonano oggi, più sinistre e attuali che mai queste parole:
Noi non vogliamo convincere le persone delle nostre idee, noi vogliamo ridurre il vocabolario, in modo che possano esprimere soltanto le nostre idee.”

Funziona. Pare l'abbia detto Goebbels.




mercoledì 3 febbraio 2016

Intervista a Francesco Randazzo

SU UNFOLDING ROMA






FRANCESCO RANDAZZO: L'INCONTRO E IL VIAGGIO NELLA CITTÀ DEL "GIOVANE" E DEL VECCHIO, DIVENTANO, ATTRAVERSO IL CONFRONTO, LO SCONTRO E INFINE L'EMPATIA, SIMBOLICI DI UNO SCAMBIO DI PENSIERI, ESPERIENZE E FALLIMENTI CHE OGNI VITA, OGNI GENERAZIONE PORTA CON SÉ.


In che modo sceglie le storie? O in che modo loro scelgono lei?
Vivere è incontrare continuamente storie. Ci si sceglie a vicenda.

lunedì 25 gennaio 2016

Sumeri del terzo millennio




L'odore dei libri è meraviglioso. La consistenza della pagina un'esperienza sensoriale magnifica. Le copertine seducenti ammiccamenti. Di questo sono convinto anch'io. Amo i libri, da sempre. Nel corso del tempo ne ho accumulati quattromila o giù di lì. Una casa senza libri per me è vuota, e non lo nego, mi ispira il sospetto dell'ignoranza. La mia casa l'ho anche scelta proprio pensando allo spazio per loro, c'era. Or non c'è più. Gioie e dolori del bibliofilo. Ci sono anche controindicazioni. I libri pesano, pesano molto. I libri occupano spazio, parecchio. Si accumulano e invadono ogni spazio libero. Vanno in seconda fila, in terza. Finiscono negli scatoloni, nei magazzini, nei garage. Se viaggi spesso, come faccio io, per lavoro o vacanza e vuoi portarti da leggere, studiare, etc. ti sobbarchi chili e chili di soma al costo degli esosi sovrapprezzi che le compagnie aeree esigono o di lombalgie e colpi della strega che con l'età diventano croniche ernie discali.Così, ad un certo momento, sei mesi fa, ho comprato un ebook reader. La parola è un po' scostante, poco attraente, bisogna ammetterlo; d'altra parte "lettore di libri elettronici" fa passare la voglia di leggere mentre lo pronunci. Ciononostante l'ho comprato. Al prezzo di circa sei/sette libri di fascia media.È una tavoletta. Tipo quelle dell'antichità. Non è un tablet. È una tavoletta priva di luce. Si ricopre di lettere, frasi, narrazioni, rotoli, papiri, libri insomma. Per leggere si ha bisogno di una luce esterna, esattamente come per un libro cartaceo. Non si stanca minimamente la vista. Pesa pochissimo. "Infinite Jest", per esempio, lo si legge reggendolo con una mano. Lo Zanichelli, idem. La magica tavoletta sumera può contenere migliaia di libri. Li si porta appresso e pesano sempre soltanto quanto la tavoletta (duecento grammi circa). Sono sempre disponibili, si possono sottolineare, ogni libro si ricorda a che pagina eri l'ultima volta che l'hai aperto, se non sai il significato di una parola (o vuoi tradurne una straniera) si va sopra col cursore e si apre una nota del dizionario che spiega tutto. Non è poco.Se voglio comprare un libro, vado on line con il wifi e in pochi minuti ce l'ho già dentro la tavoletta. E costano meno, non tanto meno quanto potrebbero, secondo me, comunque di meno, mediamente il trenta per cento. Ma in rete si trovano migliaia di titoli, i classici per esempio, gratuitamente. Ci sono anche dei siti di sharing tra lettori. Insomma questo per dire che anche economicamente conviene. E il costo per l'acquisto della tavoletta si ammortizza velocemente.Come un Sumero o un antico romano, ormai vado in giro ovunque con la mia tavoletta. Leggo saporitamente. Molto, come al solito. Forse anche di più.L'odore dei libri mi circonda ugualmente, visto che la mia casa ne è piena, ma quest'arte antica della tavoletta sumera, è molto, molto pratica e utile, ha persino un suo fascino tenere in mano quest'antenato del libro che sfrutta la tecnologia più avanzata per un piacere antico, sempre attuale: leggere.I miei libri non sono invidiosi. Anzi, si sentono degli eletti, perché grazie alla tavoletta, sanno che per occupare spazio negli scaffali, se lo devono meritare. Stanno là, difatti, e ogni tanto qualche altro li raggiunge, per merito ovviamente. Ogni tanto mi viene persino voglia di avvolgermi in un lenzuolo a mò di toga e con la tavoletta in mano, immortalarmi in un autoscatto (con la camera diglitale, ovviamente), stile Seneca, va'. Ma questi sono ghiribizzi strambi. Leggere è una cosa seria. E divertente.As do you like it.Eh, sì, lo so che Seneca coi sumeri non c'entra niente, ma un costume da sumero dove lo trovo?Ah, sì, lo so, le tavolette sumere pesavano un accidente, peggio dei libri... Ma pensate che se i Sumeri avessero avuto la tecnologia che abbiamo oggi non l'avrebbero usata?
©francescorandazzo